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Peacekeeping e Peacebuilding

 

Peacekeeping e Peacebuilding

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Peacekeeping

La Carta delle Nazioni Unite, firmata il 26 giugno 1945, stabilisce come primario compito dell’Organizzazione il mantenimento della pace e della sicurezza internazionali. Questo l’obiettivo delle missioni di pace ONU: 71 operazioni dal 1948 ad oggi, nelle quali centinaia di migliaia di truppe, forze di polizia e civili, di oltre 120 paesi, hanno servito la pace e gli ideali dell’ONU. Oltre 3.800 di loro hanno perso la vita: un numero che purtroppo continua ad aumentare. Oggi, le attività del Peacekeeping onusiano hanno raggiunto un volume mai registrato prima: 14 missioni in corso, più di 102.000 donne e uomini in servizio militare e civile, per un budget corrente di oltre 6 miliardi di dollari USA (6.69 miliardi USD dal 1 luglio 2018 al 30 giugno 2019). Negli ultimi 10 anni, la spesa per le operazioni di pace e il numero dei caschi blu sono praticamente decuplicati. Fenomeno dovuto al moltiplicarsi di focolai di crisi, ma anche alle crescenti aspettative che vengono riposte sui caschi blu, i cui compiti e mandati vanno crescendo di complessità, a cominciare dal compito della protezione dei civili. Dalla seconda metà degli anni novanta, dopo le tragedie di Srebrenica e del Ruanda, il Consiglio di Sicurezza ha cominciato a dotare le missioni di mandati più robusti.

Con orgoglio l’Italia e le sue Forze Armate continuano a fare la propria parte. La prima partecipazione di un contingente italiano ad una missione ONU risale al 1960, quando l’Italia aderì all'Operazione delle Nazioni Unite in Congo (ONUC). La prima missione di pace in cui le Forze Armate italiane ebbero un ruolo attivo fu, dal 1982 al 1984, ITALCON (al comando del Generale Franco Angioni) nell’ambito della Prima Guerra libanese. La missione era in principio nata come iniziativa ONU, ma il veto di uno Stato membro annullò l'egida internazionale mentre il contingente era in navigazione verso il Libano, per cui ITALCON si trasformò in corso d'opera in uno sforzo eminentemente nazionale, al fianco di USA e Francia. L'intervento italiano in Libano, improntato al rispetto della cultura locale, all’imparzialità, alla credibilità ed alla vicinanza con la popolazione civile, fu un modello di successo cui si riferirono anche le successive missioni di pace italiane e non.

Oggi, il nostro Paese è il primo contributore di truppe, tra i Paesi occidentali, alle operazioni di pace ONU, nonché il settimo contributore al bilancio regolare e del peacekeeping. La missione UNIFIL, che opera nel sud del Libano per mantenere una fragile pace in una regione tormentata da conflitti, è stata efficacemente comandata da un italiano, il Generale Luciano Portolano, fino al luglio 2016, preceduto a capo della missione dal Generale Claudio Graziano e dal Generale Paolo Serra. Il 12 luglio 2018 il Segretario Generale Guterres ha nominato come nuovo Capo della missione e Comandante di UNIFIL il Generale Stefano Del Col.

Il lavoro che viene svolto presso la Base Logistica delle Nazioni Unite di Brindisi rappresenta un ulteriore qualificato contributo dell'Italia al successo delle missioni di pace. Italiano è anche il Center of Excellence for Stability Police Units (COESPU) di Vicenza: un centro di addestramento basato sul modello sperimentato dai Carabinieri nel corso di missioni di pace all'estero, che forma funzionari di polizia di tutto il mondo destinati a prestare servizio nelle missioni di pace. Anche il primo significativo esperimento di tecnologia avanzata in una missione di pace ha impronta italiana: appartengono infatti al gruppo Leonardo, gli Unmanned Unarmed Aerial Systems assegnati alla missione MONUSCO (Repubblica Democratica del Congo) che molto contribuiscono ai difficili compiti dei caschi blu nel Paese e, in particolare, al mandato di protezione dei civili.

L’impegno dell’Italia a favore della pace si riflette anche nel sostegno assicurato alle priorità di riforma identificate dal Segretario Generale per rendere le Nazioni Unite più efficaci, flessibili e trasparenti: in grado di rispondere alle sfide contemporanee alla pace e allo sviluppo mettendo a sistema tutti gli strumenti a disposizione e rafforzando quelli di diplomazia preventiva e soluzione politica dei conflitti. In questa cornice, le missioni di peacekeeping sono chiamate a svolgere un ruolo cruciale anche nella costruzione della pace. Nel corso del suo mandato in Consiglio di Sicurezza, l’Italia ha contribuito a allineare i mandati di peacekeeping a questi obiettivi promuovendo principi di chiarezza, efficienza, responsabilità, rafforzamento del ruolo delle forze di polizia per il consolidamento delle capacità dei Paesi ospitanti, riduzione dell’impatto ambientale delle missioni, introduzione di nuove funzioni necessarie a rispondere alle minacce ibride alla pace, formazione dei caschi blu in materia di diritti umani e parità di genere a sostegno della politica di tolleranza zero del Segretario Generale contro la violenza e gli abusi sessuali, intensificata cooperazione tra ONU e organizzazioni regionali e sub-regionali.

Quale seguito dell’azione condotta in Consiglio di Sicurezza nel corso del suo mandato (2017), l’Italia ha lanciato nel 2018, assieme al Bangladesh, un nuovo Gruppo di Amici per la gestione dell’impatto ambientale delle missioni di pace, con l’obiettivo di sostenere l’attuazione della Strategia Ambientale messa a punto dal Segretariato e di sensibilizzare gli Stati Membri e le varie componenti del sistema ONU sulla necessità di una cooperazione rafforzata affinché le missioni di pace possano raggiungere obiettivi di efficacia e sostenibilità nella gestione dell’impatto ambientale, contribuendo così anche all’adempimento in modo efficiente dei loro mandati.

 

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Peacebuilding e diplomazia preventiva

L’impegno dell’Italia a favore della pace include una rafforzata azione di sostegno alle attività dell’ONU nei settori del consolidamento della pace (“peacebuilding”) e della diplomazia preventiva, che ha trovato riconoscimento nella decisione del Consiglio Economico e Sociale delle Nazioni Unite a favore del reingresso del nostro Paese nella Commissione per il Peacebuilding per il 2018. Nel 2019 l'Italia continua a partecipare alle Configurazioni Paese della Commissione su Burundi, Centrafrica e Guinea Bissau.

Istituita nel 2005, la Commissione per il Peacebuilding è un organo consultivo di raccordo tra Assemblea Generale, Consiglio di Sicurezza e ECOSOC nella definizione degli interventi in contesti post-conflittuali. La Commissione si riunisce a livello di Comitato Organizzativo e in cinque Configurazioni Paese: Burundi, Centrafrica, Liberia, Guinea Bissau, Sierra Leone. Il precedente mandato italiano nella Commissione si era concluso nel dicembre 2016.

In attuazione degli obiettivi della riforma delle Nazioni Unite promossa dal Segretario Generale, la Commissione per il Peacebuilding si appresta oggi a giocare un ruolo centrale, contribuendo a una maggiore coerenza dell’azione dell’Organizzazione nei tre pilastri sicurezza, sviluppo e diritti umani e all’attuazione dell’Agenda Sustaining Peace e dell’Agenda 2030.

Già nel 2017 il Comitato Organizzativo della Commissione ha offerto una importante piattaforma di dialogo per affrontare situazioni di respiro regionale, come quella del Sahel e della regione dei Grandi Laghi, e tematiche trasversali, come le politiche di genere e per la gioventù. L’Italia, nel corso del suo mandato 2018, ha contribuito attivamente al consolidamento di questa prassi. Il nostro Paese finanzia inoltre il Fondo fiduciario ONU per il Peacebuilding e l’Ufficio di Supporto per il Peacebuilding del Segretariato.

L'Italia possiede una consolidata tradizione nel settore della promozione del dialogo che si traduce all’ONU nel sostegno alle attività di diplomazia preventiva e ai buoni uffici del Segretario Generale, nella partecipazione al Gruppo di Amici per la Mediazione, e nella valorizzazione dell'efficace opera di mediazione condotta dalla società civile italiana e dalle sue organizzazioni nei principali teatri di crisi. Ne è un esempio l’impegno della Comunità di Sant'Egidio in diversi Paesi africani: dal Mozambico, al Burundi alla Repubblica Centrafricana.

 

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