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Intervista al Rappresentante permanente d’Italia alle Nazioni Unite Giorgio Marrapodi pubblicata sul Quotidiano del Sud il 17 febbraio 2026

QUOTIDIANO DEL SUD

Si trascrive il testo dell’intervista di Enzo Romeo all’Ambasciatore Giorgio Marrapodi, pubblicata sul Quotidiano del Sud il 17 febbraio 2026.

 

Da poche settimane è a New York – per lui è un ritorno – con l’incarico di ambasciatore d’Italia e capo rappresentanza del nostro Paese all’Onu. Giorgio Marrapodi accoglie le domande del nostro giornale, con la disponibilità e la gentilezza proprie di un figlio della bella e laboriosa Calabria. Originario di Martone, centro collinare della Vallata del Torbido, l’ambasciatore Marrapodi ha poi diviso i suoi periodi giovanili tra Locri e Firenze, prima di cominciare a girare il mondo. L’intervista che segue è lontana da ogni autoreferenzialità, è un breve racconto di emozioni, di etica e cultura di un uomo che ha raggiunto l’apice, vivendolo nella piena consapevolezza della missione a favore dei popoli di questo martoriato pianeta e della propria nazione.

Signor Ambasciatore, la nomina all’Onu è motivo di orgoglio per la comunità della Locride, da dove lei proviene. Le chiediamo una riflessione.

Credo che ogni volta che si taglia un traguardo si debba riflettere sul passato, sulla strada percorsa, sui sacrifici affrontati. Nel mio caso in genere colgo l’occasione di queste tappe per riflettere non tanto sui “successi” ma sulle esperienze che questo lavoro mi ha permesso di fare e che mi hanno arricchito sul piano professionale e su quello umano. Ad esempio, essere in posti dove accadevano fatti importanti della storia, penso alle trasformazioni in Romania seguite alla caduta del regime di Ceausescu, oppure al Consiglio Europeo di Copenaghen quando l’Unione Europea passa da 15 a 25. Ma penso anche ai casi in cui ho aiutato famiglie che avevano bisogno di assistenza consolare. Le situazioni che hanno accompagnato il mio percorso professionale sono tantissime e da tutte ho tratto anche insegnamenti.

Un’altra riflessione ricorrente riguarda le persone che mi hanno sostenuto, dalla mia famiglia di origine che mi ha incoraggiato fin dai tempi della scelta di questa carriera, pur consapevole che mi avrebbe portato lontano dall’Italia; alla mia famiglia attuale, mia moglie e mio figlio che hanno condiviso sempre con naturalezza questo tipo di vita che ha significato, per mia moglie (che ha lasciato il suo lavoro) e per mio figlio, accettare di spostarsi ogni quattro anni. Un tipo di vita che comporta vantaggi in termini di crescita culturale, ma anche sacrifici in termini di vita sociale con la necessità di riadattarsi continuamente a un nuovo ambiente, nuove scuole, nuovi amici, in paesi a volte con lingue di difficile apprendimento.

Il sindaco di Martone Giorgio Imperitura le ha già inviato i suoi auguri più fervidi, che sintetizzano quelli formulati dai suoi parenti e da tanti amici. La sua carriera la porta in giro per il mondo. Quanto si sente, però, figlio della Locride? Riconosciamo che la domanda è retorica.

Il Sindaco Imperitura è sempre tra i primissimi a congratularsi con me quando vede una mia foto sulle piattaforme sociali collegata a qualche avvenimento, e lo fa sempre con grande affetto, con sinceri sentimenti di stima e con grande signorilità. Apprezzo molto questo suo modo discreto di manifestarmi la sua presenza nei miei momenti importanti. Vengo alla sua domanda. Non so se sia retorica, se lo fosse dovrei darle una risposta scontata, cosa che cercherò di evitare almeno nella seconda parte della risposta. Mi sento molto figlio della Locride, perché nella Locride affondano le mie radici e nella Locride ho trascorso i primi 18 anni di vita, anni di formazione, importanti nella vita di chiunque. E mi piace pensare che dalla Locride, dal suo tessuto culturale e storico, io abbia ereditato l’amore per lo studio della legge, il desiderio di conoscere, la curiosità del viaggio tipica della gente di mare. Ma dopo essere figlio della Locride, mi sento anche figlio, anzi cittadino di tutti i posti dove ho vissuto, perché tutti sono stati importanti nella mia vita, da Firenze a Roma, da Bucarest a Bruxelles, da Madrid a Vienna, a New York dove ora torno per un secondo mandato dopo il primo degli anni novanta.

Che ricordi ha dell’infanzia a Martone e della gioventù da liceale a Locri, dove si trasferì con la famiglia di origine?

I ricordi di Martone sono legati soprattutto alla festa di San Giorgio ad agosto quando il paese brulicava di persone. Con la famiglia andavamo a una processione interminabile che però, anche da bambini, affrontavamo con gioia perché si trattava di un rito collettivo e chi portava il nome del Santo, il nome di un Santo eroe, come nel mio caso, si sentiva fiero di quel nome e di quel santo: bastava chiamarsi Giorgio – nella fantasia di noi bambini – per sentirsi in qualche modo parte di quell’essere eroe.

Ambasciatore, prima di New York, è stato ad Ankara. Che esperienza è stata?

E’ stata un’esperienza straordinaria. Tra Roma ed Ankara ci sono quasi sempre stati buoni rapporti, anche se non sono mancate le crisi soprattutto alla fine degli anni novanta. Ma nell’ultimo quadriennio abbiamo raggiunto livelli di collaborazione altissimi. Quando abbiamo organizzato ad Ankara il Terzo Vertice governativo tra i due paesi, nel luglio 2022, erano trascorsi circa dodici anni dal Vertice precedente. Nel 2025 abbiamo organizzato il Quarto Vertice a Roma, rafforzando ulteriormente la cooperazione politica tra i due Paesi. In parallelo a questo vertice si è tenuto un “business forum” al quale hanno partecipato quasi 500 aziende e istituzioni dei due paesi. La Turchia è oggi un attore importante non solo a livello regionale nel Mediterraneo e nel Medio Oriente, ma anche nel continente africano. La collaborazione con l’Italia è importante ed è nel mutuo interesse; in questi anni abbiamo lavorato per rendere la collaborazione più strutturata, guardando in maniera strategica anche al futuro della sicurezza in Europa.

Il momento storico è tra i più complessi della storia. Precedenti crisi sono state risolte in tempi più brevi, la situazione in Medio oriente e la guerra in Ucraina, al pari di altre guerre silenti ma tragiche, cosa possono indurre a pensare o a temere?

La data del 24 febbraio 2022, il giorno in cui è iniziata l’aggressione all’Ucraina da parte della Russia, abbiamo capito che ci trovavamo davanti a un cambiamento radicale della sicurezza in Europa. In tanti abbiamo avuto la percezione che il “nostro” mondo non sarebbe stato più lo stesso. Quella pace che avevamo dato per scontata dopo la caduta del muro di Berlino, scontata non lo era più. Dopo quattro anni la guerra continua a mietere vittime nel nostro continente. Cosa ci induce a pensare questa situazione lei mi chiede. Ebbene io credo che sia una sirena di allarme che ci richiama tutti a fare ogni sforzo per la pace, anche attraverso la costruzione di una maggiore deterrenza, il rafforzamento della NATO, una maggiore solidarietà europea, il coraggio di continuare a credere e a costruire un multilateralismo efficace, anche attraverso riforme incisive delle grandi Organizzazioni internazionali come l’ONU. Se riusciremo in questo sforzo potremo ambire ad una sicurezza ritrovata.

Che ruolo avrà la diplomazia nel futuro di questo contesto planetario, secondo lei?

La diplomazia ha sempre avuto un ruolo e anche oggi, mentre infuriano crisi di vario tipo, la diplomazia è al lavoro per favorire la comprensione, per trovare punti di accordo, per costruire piattaforme di composizione dei conflitti. Tra persone che litigano ci sarà sempre bisogno di un paciere, e così è anche per gli Stati.

I giovani del mondo, con le differenze socio-politiche che si rilevano nelle diverse latitudini, signor Ambasciatore, che futuro avranno?

Ogni generazione ha preoccupazioni per il futuro. La mia ha vissuto l’adolescenza con l’incubo dell’olocausto nucleare: gli anni ’80 sono stati l’apice della corsa agli armamenti nucleari. La generazione successiva forse ha goduto dei dividendi della fine della guerra fredda ma ha vissuto le incertezze economiche di gravi crisi finanziarie che si sono succedute con una frequenza impressionante. Le ansie per il proprio futuro sono inevitabili per ogni generazione, ma io credo che guardare al futuro con pessimismo non sia utile a nessuno. Credo che si debbano affrontare le sfide con lo spirito giusto, con realismo, con coraggio.

Penso poi che nel mondo di oggi ci sia bisogno di più solidarietà, di meno egoismo. Abbiamo bisogno di maggiore giustizia sociale per i giovani di tutto il mondo, e per questo dobbiamo trovare meccanismi che migliorino la distribuzione della ricchezza.

La seconda domenica di agosto 2026 sarà a Martone?

Lo spero, mi piacerebbe molto. Tornare nei luoghi del cuore è sempre fonte di energia, rivivere le tradizioni ci dà punti di ancoraggio e credo che questo sia importante per il nostro equilibrio interiore.